Patrizia Vaccaro

La curiosità ai tempi dell'intelligenza artificiale

L'altro giorno osservavo mio figlio quindicenne mentre trafficava con Claude Code, uno strumento di intelligenza artificiale, per crearsi una sorta di agenda con cui pianificare le attività della giornata.

«Fa impressione la rapidità con cui crea tutto in automatico e attinge dalle varie app che collego», mi ha detto. «Fa anche un po' paura.»

Da lì abbiamo cominciato a ragionare insieme: da dove viene la conoscenza di Claude, cosa significa delegare, quanto è limitato un singolo punto di vista, cosa rischiamo se viene a mancare il pensiero critico. A un certo punto credo di averlo perso per strada. Ma quella conversazione mi ha fatto capire che non basta chiedersi come l'intelligenza artificiale cambia il lavoro nelle aziende: occorre ragionare anche sulle generazioni che crescono, o addirittura nascono, con questi strumenti.

Il mio cervello ha conosciuto l'epoca in cui, se eri fuori casa, per telefonare servivano i gettoni. Per orientarmi usavo il TuttoCittà e compilavo liste per ricordarmi le cose (a dire il vero lo faccio ancora). Scrivevo a mano e per fare ricerca usavo i libri.

Oggi l'intelligenza artificiale è come avere un assistente personale sempre con sé, una sorta di risolutore di problemi a cui si rischia di delegare tutto: per evitare la fatica, ottimizzare le risorse, fare prima.

Per questo riflettere sulla delega e sull'agency, cioè sulla capacità di essere protagonisti delle proprie scelte, e sulle fonti della conoscenza diventa importante e urgente. Perché le menti non si spengano e non si perdano quelle capacità di ricerca che prima erano necessarie.

Forse la curiosità sarà l'abilità da coltivare di più. È la curiosità che dà accesso allo stupore e alla meraviglia, che forse restano il motore della conoscenza e della scoperta.

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