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La relazione che soffre. “Sono qui per te”

Chi pratica meditazione conosce il potere trasformante della consapevolezza nella propria vita e sa che è qualcosa che non si può esprimere a parole ma si può solo esperire. Così come sa che prima o poi anche le relazioni ne verranno coinvolte, a volte in modo positivo a volte in modo doloroso.bambino-con-palloncino

Leggere e parlare di libri legati alla meditazione può essere difficile, perché ad alcuni appariranno belle frasi banali su un foglio bianco, in altri casi suoneranno lontane, ma se la lettura e l’ascolto sono accompagnati dalla pratica e dall’esperienza assumono tutto un altro significato.

“Sono qui per te” è un libro di Thich Nath Hahn, un monaco zen tra le figure più rappresentative del buddismo nel mondo. In questo libro affronta il tema delle relazioni e dell’amore.  Il sottotitolo  “per una relazione d’amore duratura e consapevole”, già indica che è dedicato a chi vuole costruire una relazione diversa, alle coppie in crisi o a chi vuole solo consolidare il proprio rapporto. E’ un libro sull’amore, su cui si è detto e si dice di tutto, ma qui si toccano alcuni nodi fondamentali per sciogliere le sofferenze relazionali spesso non viste e spesso, per questo, a lungo termine così castranti e generatrici di dolore.

Parlare d’amore significa anche parlare di liberta e di autenticità. Possono sembrare delle belle etichette finche non si comprende il loro significato più profondo. Molto spesso si pensa che non si possa vivere senza la persona amata e che pensare il contrario sia segnale di non amore o di indifferenza. In realtà il bisogno dell’altro è spesso confuso con l’attaccamento e il desiderio in risposta ad un proprio bisogno, in cui l’altro con le sue peculiarità e preziosità, scompare. Ci sono rapporti basati su questo che possono andare avanti per tutta la vita, ce ne sono altri che si rompono, ce ne sono altri che attraversando la sofferenza che la consapevolezza di tutto ciò comporta, si liberano all’”amore vero”.

Il bisogno dell’altro viene visto come la risposta di “sopravvivenza” alla paura di essere abbandonati del bambino piccolo. Un bambino ha bisogno della madre per poter sopravvivere nei suoi primi mesi e anni di vita. Il bisogno dell’altro e la relativa risposta gli permettono di imparare a rendersi autonomo. Quando però questo bisogno non viene completamente soddisfatto, quantomeno emotivamente, quel bambino è come se rimanesse vivo e vigile anche da adulto, riproponendosi nelle relazioni amorose. Finchè lasciamo che quel bambino agisca, non saremo in grado di vedere pienamente l’altro, perché tutti i nostri sforzi andranno nella direzione della nostra sopravvivenza, in risposta a una paura che non ha più ragione d’essere. Malgrado tutto siamo ancora vivi e in qualche modo siamo arrivati ad oggi.

Quando nella relazione si incontrano delle difficoltà, è come se il bambino cominciasse a pestare i piedi e come se la paura e il disorientamento esplodessero, provocando delle risposte più o meno disorganizzate (o disfunzionali). Se non si sta con questo dolore e non lo si guarda in faccia, se non lo si attraversa (e qui la pratica meditativa aiuta), se non si vede che quella paura è aldilà dell’altro, si rischia di cadere nelle trappole della mente che ci fanno apparire l’altro come la causa del nostro dolore e non come un compagno in un dolore reciproco che si può affrontare insieme.

La meditazione e la consapevolezza come si collocano in tutto questo? Solo con la consapevolezza possiamo renderci conto di quanto sta accadendo dentro di noi e nella nostra relazione. Solo con la consapevolezza si può imparare a stare con quel dolore – fatto di rabbia, paura, tristezza o vergogna- riconoscerlo nell’altro, chiedergli aiuto, offrire aiuto e aprirsi a una relazione autentica. Solo così  si può sentire che tutto passa e che quel bambino è sopravvissuto a ciò che doveva sopravvivere e non esiste più. Solo così la mente smetterà di produrre fantasmi e di raccontare storie che sanno di passato, ma che se stiamo ad ascoltare si riproporranno anche nel presente e nel futuro.

Se si ha paura non si può essere felici. non sarà un altro che potrà liberarcene ma solo noi stessi. quello che si può fare però è riconoscere l’altro come un compagno con cui camminare insieme.

 

“Quando cessa il desiderio non c’è più paura

Allora siamo veramente liberi, in pace, felici.”

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