relazioni, separazioni

Relazioni vecchie, relazioni nuove.

Secondo gli ultimi dati istat, che ormai risalgono al 2015, le unioni di lunga data (cioè superiori ai 17 anni) sono diminuite, il numero di separazioni è aumentato del 2,7% e quello dei divorzi del 57% rispetto all’anno precedente, complici le modifiche e le semplificazioni dell’iter legale e burocratico.

Quindi le relazioni si rompono, ma nuove relazioni si costruiscono.

Lasciarsi alle spalle una relazione importante fatta di condivisioni e progetti, rappresenta un percorso fatto di passi e di consapevolezza.

Il primo passo è darsi tempo per poter elaborare quanto accaduto. Quando una relazione finisce perdiamo anche una parte di noi ovvero il nostro modo di stare in quella relazione con quella persona. Ma il nostro modo di stare in una relazione dipende dalla nostra storia di vita, dai nostri fantasmi o dalle nostre possibili gabbie emotive/mentali. Spesso il dolore per la fine di una relazione spalanca la porta a una serie di questioni che vanno al di là del partner. Quindi, si ha bisogno di tempo. Precipitarsi subito in un’altra relazione può essere una distrazione, ma il rischio ê quello di rimettere in atto le stesse dinamiche o imbattersi in relazioni “non relazioni” in cui ci si può continuare a dirsi “quanto sono sfortunata/o” o “incontro sempre persone sbagliate.” Può capitare che dopo una relazione importante ci si ritrovi coinvolti in storie complicate o poco soddisfacenti. Molto spesso ci si può ritrovare a colpevolizzare l’ex perché la vita relazionale e affettiva non riparte. La verità é che occorre assumersi la responsabilità del proprio stare male. Aldilà delle responsabilità di coppia, c’è un momento in cui si può scegliere come rapportarsi a quella situazione dolorosa. Ci si può continuare ad arrabbiarsi o valutare l’ipotesi che le cose siano andate così, perché in quel momento le risorse a disposizione non permettevano di fare altro. Nella prima fase di dolore se si smette di cercare un perché, ci si apre a un’occasione di crescita importante. Un conto é capire come si funziona e si é funzionato nella vecchia relazione. Un conto é cercare un perché per eliminare il dolore.

Una relazione che finisce fa male e basta. Non si può saltare quel passaggio. Occorre smettere di chiedersi perché sia finita e concedersi di stare male.

Dedicarsi a se coltivando passioni e intrecciando nuove amicizie è il primo passo per aprirsi a una vita nuova e sperimentare che si può stare anche senza il partner, non solo fisicamente ma anche mentalmente. Il distacco vero arriva quando ci si accorge che non solo non c’è più desiderio, ma neanche più rabbia nei confronti dell’altro. Buttandomi in una nuova relazione rischio di investire il nuovo o la nuova partner, in modo inconsapevole, del ruolo di salvatore dalla vecchia relazione. In questo modo però non si avrà mai la possibilità di conoscere realmente l’altra persona per quello che é e passato l’entusiasmo del primo periodo sarà inevitabile il confronto con l’ex, lo smarrimento e molto probabilmente la rottura.

Il dolore passa. Sia che si lasci o si sia lasciati, a un certo punto quel dolore passa. Arriva il momento di equilibrio in cui si sta bene per ciò che si ha e ciò che si fa. È in questo momento che si può capire con maggiore lucidità e consapevolezza come si stava nella vecchia relazione sia in termini positivi che negativi. É possibile che sorga allora il bisogno di avere accanto una persona, non per trovare sollievo da una sofferenza o perché si pensa di non poter fare a meno di un compagno/a, ma per il desiderio di condividere con qualcuno un pezzo della propria vita.

La curiosità e la leggerezza possono essere considerate ingredienti fondamentali per potersi approcciare a una nuova relazione in modo autentico.

E in modo autentico arriverà anche la paura, spesso nascosta in atteggiamenti difensivi, di ritiro o di eccessivo slancio. Paura di soffrire ancora, di mostrarsi all’altro nei propri limiti o, semplicemente, di fidarsi. Basta saperlo. Magari ogni volta che si ha voglia di scappare ci si può domandare se non ci sia sotto un po’ di paura. Questo non significa che quella relazione non va bene, vuol dire solo aver paura.

Pazienza e curiosità possono essere la risposta per capire il valore della nuova relazione. Il che non significa che debba andare bene a tutti i costi, ma solo darsi il tempo per poter conoscere l’altro e capire veramente come si sta.

 

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Meditazione, relazioni, Uncategorized

La relazione che soffre. “Sono qui per te”

Chi pratica meditazione conosce il potere trasformante della consapevolezza nella propria vita e sa che è qualcosa che non si può esprimere a parole ma si può solo esperire. Così come sa che prima o poi anche le relazioni ne verranno coinvolte, a volte in modo positivo a volte in modo doloroso.bambino-con-palloncino

Leggere e parlare di libri legati alla meditazione può essere difficile, perché ad alcuni appariranno belle frasi banali su un foglio bianco, in altri casi suoneranno lontane, ma se la lettura e l’ascolto sono accompagnati dalla pratica e dall’esperienza assumono tutto un altro significato.

“Sono qui per te” è un libro di Thich Nath Hahn, un monaco zen tra le figure più rappresentative del buddismo nel mondo. In questo libro affronta il tema delle relazioni e dell’amore.  Il sottotitolo  “per una relazione d’amore duratura e consapevole”, già indica che è dedicato a chi vuole costruire una relazione diversa, alle coppie in crisi o a chi vuole solo consolidare il proprio rapporto. E’ un libro sull’amore, su cui si è detto e si dice di tutto, ma qui si toccano alcuni nodi fondamentali per sciogliere le sofferenze relazionali spesso non viste e spesso, per questo, a lungo termine così castranti e generatrici di dolore.

Parlare d’amore significa anche parlare di liberta e di autenticità. Possono sembrare delle belle etichette finche non si comprende il loro significato più profondo. Molto spesso si pensa che non si possa vivere senza la persona amata e che pensare il contrario sia segnale di non amore o di indifferenza. In realtà il bisogno dell’altro è spesso confuso con l’attaccamento e il desiderio in risposta ad un proprio bisogno, in cui l’altro con le sue peculiarità e preziosità, scompare. Ci sono rapporti basati su questo che possono andare avanti per tutta la vita, ce ne sono altri che si rompono, ce ne sono altri che attraversando la sofferenza che la consapevolezza di tutto ciò comporta, si liberano all’”amore vero”.

Il bisogno dell’altro viene visto come la risposta di “sopravvivenza” alla paura di essere abbandonati del bambino piccolo. Un bambino ha bisogno della madre per poter sopravvivere nei suoi primi mesi e anni di vita. Il bisogno dell’altro e la relativa risposta gli permettono di imparare a rendersi autonomo. Quando però questo bisogno non viene completamente soddisfatto, quantomeno emotivamente, quel bambino è come se rimanesse vivo e vigile anche da adulto, riproponendosi nelle relazioni amorose. Finchè lasciamo che quel bambino agisca, non saremo in grado di vedere pienamente l’altro, perché tutti i nostri sforzi andranno nella direzione della nostra sopravvivenza, in risposta a una paura che non ha più ragione d’essere. Malgrado tutto siamo ancora vivi e in qualche modo siamo arrivati ad oggi.

Quando nella relazione si incontrano delle difficoltà, è come se il bambino cominciasse a pestare i piedi e come se la paura e il disorientamento esplodessero, provocando delle risposte più o meno disorganizzate (o disfunzionali). Se non si sta con questo dolore e non lo si guarda in faccia, se non lo si attraversa (e qui la pratica meditativa aiuta), se non si vede che quella paura è aldilà dell’altro, si rischia di cadere nelle trappole della mente che ci fanno apparire l’altro come la causa del nostro dolore e non come un compagno in un dolore reciproco che si può affrontare insieme.

La meditazione e la consapevolezza come si collocano in tutto questo? Solo con la consapevolezza possiamo renderci conto di quanto sta accadendo dentro di noi e nella nostra relazione. Solo con la consapevolezza si può imparare a stare con quel dolore – fatto di rabbia, paura, tristezza o vergogna- riconoscerlo nell’altro, chiedergli aiuto, offrire aiuto e aprirsi a una relazione autentica. Solo così  si può sentire che tutto passa e che quel bambino è sopravvissuto a ciò che doveva sopravvivere e non esiste più. Solo così la mente smetterà di produrre fantasmi e di raccontare storie che sanno di passato, ma che se stiamo ad ascoltare si riproporranno anche nel presente e nel futuro.

Se si ha paura non si può essere felici. non sarà un altro che potrà liberarcene ma solo noi stessi. quello che si può fare però è riconoscere l’altro come un compagno con cui camminare insieme.

 

“Quando cessa il desiderio non c’è più paura

Allora siamo veramente liberi, in pace, felici.”